Centenario SPOM

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Società di pesca Onsernone e Melezza

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1921-2021


GRAZIE

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La società di pesca Onsernone e Melezza
è grata ai due sponsors che hanno permesso
la realizzazione di questa rivista per il centenario

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INDICE

02 Saluto del Presidente
03 Saluto dei Sindaci
04 Dalle origini fino agli anni Sessanta 20 I Presidenti dal 1921 al 2021
22 Il Fiume Melezza
30 Il Fiume Isorno
37 Il pozzo d’Arcegno
42 Le semine
50 L’assemblea
53 Piccoli allevatori crescono
55 Storie di pesca
66 Comitato e ringraziamenti
70 La nostra bellezza

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Impaginazione e grafica: Luca Rusconi Stampa: Tipografia Poncioni SA

Saluto del Presidente Fabio Colombo

Care lettrici e cari lettori,
1921-2021: son trascorsi ben cento anni dalla fondazione del nostro sodalizio, ne è passata di acqua sotto i ponti e per fortuna ne passa ancora altrimenti non saremmo qui a scrivere queste righe...

Presidente dal 2009, Fabio Colombo

La società che presiedo da dodici anni è in pie- na forma e non dimostra la sua età, al contrario è sempre all’avanguardia su tutti i fronti, basti solo pensare ai risultati dei recenti studi da parte del Cantone che hanno dato degli ottimi risultati sul materiale ittico presente nel nostro comprensorio. Questo a dimostrare che il no- stro sodalizio ha saputo evolversi ed rimasto al passo con i tempi. Solo per citare alcuni esem- pi di lungimiranza basti sapere che siamo stati la prima società ad introdurre la semina delle uova con scatole biodegradabili. Abbiamo pure introdotto, in primis a livello Cantonale, la se- mina delle uova con un particolare sistema, di- rettamente su di un “letto di frega artificiale”, girandone dei video che sono stati distribuiti ad altre società interessate. Il nostro impegno non si è profuso solamente per quanto riguar- da le semine ma anche per la tutela delle no- stre acque e per il nostro pozzo ad Arcegno che ha subito dei notevoli cambiamenti ed ora potremmo quasi definirlo un allevamento. Tut- to questo è stato possibile solo con il prezioso aiuto volontario da parte del nostro comitato e dei nostri soci, e anche non, che hanno sempre

sostenuto la Società con grandissimo spirito di dedizione!
Nel corso del 2019 si era deciso di dare un nuovo “volto” alla SPOM e si era indetto un concorso per la creazione di un nuovo logo.
La scelta è caduta sull’idea di base di Bruno
4 Candolfi seguita da una prima elaborazio-

ne da parte di Aurelio Zanoli e Luca Rusconi. L’impegno maggiore per dare un impatto vi- sivo immediato e piacevole al logo è stato di Orfeo Eberli e di Samuele Zanoli. Nella grafica finale hanno dato risalto all’acronimo SPOM a forma di pesce inserito su uno sfondo az- zurro sfumato che richiama il colore delle no- stre acque. Un sentito ringraziamento a tutti!

Il nuovo logo della SPOM

Il trascorso 2020 è stato un anno, come ben tutti sapete, eccezionale a livello mondiale a causa della pandemia Covid-19. Per noi come società è stato inoltre molto triste a causa del decesso del nostro presidente onorario Jean-Claude Rosenberger e della prematura scomparsa del nostro membro di comitato Madian Vittori. Nonostante tutto l’accaduto la società ha co- munque deciso di creare un opuscolo per com- memorare i suoi primi cent’anni. Sento il dovere di ringraziare tutti quelli che hanno dato il loro contributo alla sua realizzazione, in modo parti- colare il nostro segretario/cassiere Aurelio Zano- li “Veo” per il suo impegno, la sua tenacia e per- severanza nel raccogliere tutte le informazioni necessarie e per la stesura dei testi. Grazie Veo. Concludo augurando a tutti una buona lettura.


Fabrizio Garbani Nerini, Corrado Bianda, Ottavio Guerra, Cristiano Terribilini

Vecchi loghi SPOM

Saluto dei Sindaci

Caro Presidente e cari pescatori,
la Società per l’Acquicoltura e la Pesca On
- sernone e Melezza compie 100 anni, in otti- ma salute, quindi come si dice in gergo “sana come un pès”.

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il preservamento degli ecosistemi, la prote- zione del clima in generale e tanto altro an- cora sono temi che vi concernono e vi vedono attivi al fronte; possiamo assicurarvi che il vostro contributo è molto apprezzato. Siete delle vere e proprie sentinelle e garanti della qualità dell’ambiente in cui viviamo, di tutto ciò l’uomo ne trae beneficio.

Dire grazie per tutto quanto la vostra attivi- tà e passione ci regala è un atto dovuto. Nel corso della propria vita sentirselo dire è sia segno di vera gratitudine sia uno sprono a continuare per raggiungere sempre i vostri obiettivi, facendo capo all’esperienza delle passate generazioni e coinvolgendo le nuove generazioni.

Caro Presidente, cari pescatori, i più sinceri e festosi auguri per questo importante traguardo e per un futuro ricco di ulteriori soddisfazioni e... che i pesci si moltiplichino più dei pani.

Corrado Bianda, Sindaco di Losone Fabrizio Garbani Nerini,
Sindaco di
Terre di Pedemonte
Ottavio Guerra, Sindaco delle Centovalli Cristano Terribilini, Sindaco di Onsernone

La passione dei pescatori si evince chiara- mente dall’attaccamento, la fedeltà e l’impe- gno a praticare la propria attività preferita, ma non solo, anche lavorando negli alleva- menti degli avannotti che poi saranno im- messi nelle acque. Il vostro impegno è ben visibile ed apprezzato in tanti altri ambiti, quale l’organizzazione di eventi o nella par- tecipazione alla pianificazione e lo studio del settore ittico voluto dal Cantone, nella tenu- ta dei corsi di pesca, nella divulgazione con articoli in riviste e tanto altro. Il pescatore moderno oggi non si limita quindi a pescare, ma opera per preservare il nostro territorio e l’ambiente che ci circonda, non solo a parole ma con i fatti.

Territorio e ambiente così come pianificazio- ne e sviluppo sostenibile sono al centro dei programmi e della discussione politica odier- ni. L’inquinamento delle acque, i deflussi mi- nimi, la produzione di energia idroelettrica,

1916 costruzione del ponte sul Rì di Verdasio presso Corcapolo

1915 costruzione del ponte sull’Isorno

Dalle origini
fino agli anni Sessanta

Il centenario segna un traguardo di prestigio della società, non solo per soci che ne hanno fatto parte un tempo e quelli che ne fanno par- te oggi, ma anche per il nostro territorio, con le Centovalli, la Valle Onsernone, le Terre di Pedemonte e Losone uniti per promuovere e valorizzare l’affascinante mondo della pesca. In un’epoca di aggregazioni, può sembrare scontato condividere un progetto comune di tutela dei corsi d’acqua. La fondazione del- la società ha però un considerevole valore pionieristico. Riuscire a superare, già a quel tempo, le differenti mentalità regionali e av- viare un percorso di volontariato sono solo due aspetti dei molti che hanno segnato il suo curriculum storico-culturale.

Sicuramente non è stato facile prendere la decisione di dare origine a una società di pe- sca negli anni ‘20. Il Ticino era appena uscito dalla grande guerra che aveva accentuato il clima di povertà e precarietà della gente. Nel 1918-1919 si diffuse rapidamente l’influenza spagnola che non risparmiò la Svizzera e il nostro Cantone e che ebbe severe conseguen- ze sulla popolazione. Ciononostante, nella nostra regione si assisteva a delle iniziative atte a migliorare le vie di comunicazione e i mezzi di trasporto nelle valli e che avranno un ruolo importante anche per i pescatori.

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Negli anni 1916-1918 si realizzarono i ponti ferroviari sull’Onsernone tra Cavigliano e In- tragna, e quello tra Corcapolo e Verdasio. Nel 1920 per raggiungere Gresso si doveva ancora utilizzare la diligenza, mentre Spruga si rag- giungeva già con l’autopostale.

Per quanto riguarda la pesca, tra il 1910 e il 1920 furono fondate la Gambarognese, la Leventine- se e la Bellinzonese. Nel 1913 nacque la Federa- zione ticinese per l’acquicoltura e la pesca.

I promotori della società di pesca Onsernone e Melezza

Poncioni Luigi, Cavigliano Vivarelli Giuseppe, Cavigliano Bombardelli Attilio, Golino

La richiesta del Municipio di Vergeletto. A destra, Giacomo Galgiani di Cavigliano

Non abbiamo informazioni scritte su come fu 7 fondata la nostra società, ma forse non è un caso che ebbe origine a Cavigliano. Tra Intra- gna e il Comune pedemontano si trova la con- fluenza del fiume Isorno e della Melezza, un incontro che probabilmente ha stimolato la cu- riosità a conoscere quanto c’è a monte, a com- prendere le consuetudini dei pescatori legate alla presenza dei fiumi, ad affrontare i timori delle piene e delle siccità, a sviluppare un co-

mune intento di concepire la pesca.
Possiamo quindi immaginare che alcuni ap
- passionati pescatori, nelle loro discussioni che animavano la piazza e le serate in compagnia, ebbero l’idea di costituire la società per tutela- re e difendere i fiumi e il patrimonio ittico delle Centovalli, della Valle Onsernone e delle Terre di Pedemonte. Unire le due valli, tanto simili ma tanto diverse era però un compito arduo e così decisero di diffondere le loro idee tra i pescatori. La loro tenacia, sostenuta da argo- menti convincenti, trovò vieppiù consensi tra la popolazione e fu premiata con la costituzio- ne nel 1921 della società Melezza e Onsernone per l’acquicoltura e la pesca, in seguito società di pesca Onsernone e Melezza (SPOM).

Fu cosi che Luigi Poncioni di Cavigliano a solo vent’otto anni divenne il primo presi- dente di un comitato a tre completato dal membro Attilio Bombardelli (18 anni) e dal segretario Giuseppe Vivarelli.

Non abbiamo notizie certe su che cosa consi- steva l’attività di questi pionieri nei quindici anni che precedono l’entrata ufficiale nella Federazione Ticinese per l’Acquicoltura e la pesca avvenuta nel 1936.

Quel che frammentariamente sappiamo è che nei primi anni del ‘900 a Cavigliano era già in funzione un piccolo allevamento di uova in alcune vasche sistemate alla meglio che utilizzavano l’acqua del Rì d’Auri. Una testi- monianza ci giunge dal Municipio di Verge- letto che già nel 1902 chiese al Dipartimento dell’Agricoltura di ottenere 5000 avannotti o pesciolini diversi dal vivaio di Cavigliano da affidare alle acque del fiume Ribo.

Era pure in uso un incubatoio anche a Golino che usufruiva dell’acqua della val Comora. Gli allevamenti erano gestiti da Galgiani Gia- como di Cavigliano, di professione guardia forestale. I due incubatoi furono poi abban- donati.

Il 23 marzo 1936 venne approvato il primo della Federazione cantonale di pesca. Ecco Statuto della società e, subito dopo, il 14 giu- lo Statuto del 1936.
gno, la SPOM fu ammessa quale sezione

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Qui invece la conferma dell’ammissione in seno alla Federazione Ticinese di pesca il 14 giugno 1936.

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Inizia quindi il lungo cammino ufficiale della nostra Società in collaborazione con le varie istanze: Dipartimento dell’Agricoltura e Selvi- coltura, Federazione Ticinese, società di pesca, allevatori ecc., a tutela degli interessi dei pesca- tori, ma anche a protezione delle nostre valli.

Nel primo anno di appartenenza alla Federa- zione di pesca vennero rilasciate ben 68 patenti.

Vediamo alcuni che temi hanno caratterizzato la storia della società fino agli anni Sessanta sulla base della documentazione che siamo riu- sciti a recuperare dall’archivio della società. Anzitutto occorreva avere a disposizione dei fondi per svolgere il ripopolamento dei fiumi e dei riali. La principale fonte d’entrata era il pa-

gamento della tassa sociale annuale che dava la possibilità di acquistare gli avannotti. Nel 1937 ammontava a tre franchi più le spese postali.

Il Cantone aveva da poco istituito su tutto il territorio un servizio segreto d’informazione sul modo, ora e località, ove era praticato il bracconaggio. Ogni sezione doveva assicurarsi alcuni soci disposti a denunciare direttamente al Capo Dipartimento tutti gli abusi consumati nelle rispettive zone. Il denunciante restava as- solutamente in incognito e i bracconieri colti in fallo venivano perseguitati direttamente dagli agenti cantonali incaricati di sorprenderli. Nel 1937 la nostra società ottiene la tessera di rico- noscimento per nominare uno o due guardia- pesca volontari.

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Il compito di guardiapesca volontario era am- bito dai pescatori, che dovevano essere soci ed era retribuito. Ciò dava adito ad accesi dibattiti in comitato e nelle assemblee. C’era chi, come testimonia la lettera seguente (a sinistra), ri-

chiedeva al comitato di mantenere segreto il suo incarico per “ottenere un effetto migliore”. Prontamente arriva la risposta (a destra) di un membro di comitato il quale si oppone alla no- mina e delega la decisione all’assemblea.

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In questa lettera, non datata ma che risale alla fine degli anni Trenta, il Dipartimento Agricoltura e Forestale invita la società a dotarsi di un incubatoio e, manco a dirlo,

si parla di soldi. L’articolo 4 dello Statuto prevedeva già che la società si dotasse un incubatoio proprio entro i tre anni dalla sua costituzione.

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Negli scambi con la Federazione non sempre tutto andava liscio. A volte era la Federazione che si lamentava poiché non venivano pagate tutte le tasse sociali. Per contro, la Società face- va presente l’irritazione dei soci che, pur aven-

do pagato la quota, non ricevevano il giornale della pesca. Il comitato doveva poi verificare nei vari Comuni se tutti i soci avevano effet- tivamente pagato la tassa, ma comunque un qualche furbetto riusciva a farla franca.

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La corrispondenza tra la società e Federa- zione verteva spesso su aspetti pecuniari. La SPOM non aveva molte fonti d’introiti per cui si chiedeva anche una dilazione del

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pagamento degli avannotti. Se non si fosse pagato sarebbero arrivati i precetti esecutivi alla società.

Allora, come ora, la tassa federativa face- va discutere. Il suo aumento da franchi tre a franchi cinque non trova consensi, poiché l’aumento andava quasi tutto nelle casse del- la Federazione.

Nel 1943 il comitato invia una lettera (in basso a sinistra) alla Federazione per chiedere il divieto della pesca a lancio con il mulinello. È un’inno- vazione tecnologica che mise in crisi i pescatori poiché con la canna munita di mulinello si po-

tevano raggiungere luoghi di pesca impratica- bili con la canna comune e si temeva quindi un impoverimento ittico dei fiumi e di riali.

Negli anni Quaranta c’erano parecchi pescatori appartenenti alla nostra società che erano au- torizzati a vendere il pescato. Ben diciannove come risulta dalla lista seguente risalente al 1942. Solitamente le trote si vendevano bene, era un piatto prelibato e gradito in un’epoca in cui tutto era razionato.

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Le semine costituivano già allora l’impegno maggiore per la società. Gli avannotti erano acquistati altrove, in questo caso, l’incuba- zione delle uova e l’acquisto di avannotti avvenivano a Magadino.

Nel 1947 è definitivamente vietata la pesca con le reti nel fiume Melezza. Si tratta di una decisione sofferta per i soci che arroton- davano le entrate con il ricavo delle vendite delle trote.

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A quell’epoca non si menzionano dei proble- mi dovuti agli uccelli ittiofagi. C’era però la lontra, abile nuotatrice e predatrice, timida e non facile da osservare. Causava gravissimi danni nei corsi d’acqua, uccidendo e divo- rando enormi quantità di pesci. Le società di pesca e il Cantone corsero ai ripari offrendo premi a chi riusciva a catturare questo terribi- le predatore. Nel 1949 l’uccisione di una lon- tra era pagata dieci franchi come risulta dalla ricevuta del signor Pellanda Enrico di Golino.

Il maltempo poteva creare non poche difficol- 18 tà. Nel 1951 un nubifragio reca seri danni alla
pescosità dei fiumi. Di comune accordo tra la
società e la Federazione è quindi presa la de
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cisione di creare una bandita di pesca per due anni sulla Melezza, tra Corcapolo e Sassalto.

Sempre per lo stesso motivo e per favorire la ricostruzione del patrimonio ittico, anche a Vergeletto viene istituita una bandita di pesca nel 1953 per la durata di due anni.

Da notare che la gente del luogo era molto attaccata sia alla pesca, sia alla caccia. Era lungimirante e per nulla egoista, ha sempre voluto conservare le specie ittiche e fauni- stiche, proponendo e di fatto istituendo, sin dal 1946, delle riserve con apposite bandite sia di caccia che di pesca. Il vasto territorio

19 permetteva loro sufficienti spazi di attività e nel contempo teneva lontani i forestieri.

Le semine di estivali, diversamente da ades- so, erano svolte dai guardiapesca i qua- li chiedevano un aiuto alla società. Nelle Centovalli, il trasporto era fatto con il treno fino a Palagnedra per poi raggiungere con le brentine in spalla i vari luoghi di semina.

In Valle Onsernone i pesci erano trasportati con il bus oppure con mezzi privati ed era soprattutto la società Locarnese che contri- buiva nelle semine.

Nel 1953 furono seminati 1’000 trotelle nel bacino della Melezza e 1’400 in quello dell’Isorno.

Nel giugno 1956 è inaugurato a Golino lo stabilimento cantonale di pescicoltura. Era considerato il più moderno e razionale stabilimento svizzero, finanziato dall’O- FIMA e donato al Cantone. Distribuito su una superficie di diecimila m2 compren- deva un ampio salone, dove erano situati l’incubatoio dotato di 192 vaschette per la fecondazione delle uova, e gli acquai, dove gli avannotti imparavano a nutrirsi prima di essere trasferiti nelle nove grandi vasche esterne, per poi essere immessi nei fiumi e nei laghi. Lo stabilimento era alimentato dalle acque della Val Comora considerate particolarmente indicate per l’allevamento dei pesci, in virtù della loro purezza, della temperatura e del contenuto in ossigeno. Fino al 1985 Luigi Maggetti e poi Tarcisio Patà per una decina d’anni si occuparono con dedizione all’incubazione delle uova, fino a oltre due milioni l’anno, di trote, sal- merini, lucci, coregoni, persici e della pro- duzione di trotelle o estivali per le semine.

Verso la fine degli anni Novanta l’attività di produzione venne notevolmente ridotta a causa delle difficoltà di approvvigiona- mento idrico.

Nel 2002 il Cantone rinuncia all’incubatoio poiché era vetusto e non più idoneo e il suo rifacimento sarebbe stato troppo oneroso.
Si costituisce così un consorzio che com
- prende la nostra società, la Locarnese, La Sant’Andrea e la Gambarognese allo scopo
di allevare dei ceppi di riproduttori per il Sopraceneri. Nel consorzio sono inclusi gli
20 stabilimenti di Golino e Maggia. Nel 2004 l’Onsernone e Melezza esce dal consorzio e

lo stabilimento sarà definitivamente chiuso nel 2005.

Negli anni Sessanta la società risolve, come vedremo più avanti, il problema della produ- zione di materiale ittico in proprio affittando quello che viene chiamato affettuosamente il pozzo d’Arcegno. È una tappa importante che darà una svolta alla società ingaggiando- la con successo nell’allevamento di estivali.

Luigi Maggetti per molti anni allevatore a Golino

L’incubatoio dello Stato a Golino (foto di Roberto Pellegrini - Ufficio dei musei etnografici)

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I Presidenti
dal 1921 al 2021

Sappiamo che la storia della società passa attraverso le persone che mettono a dispo- sizione tempo, conoscenze, idee per affron- tare i numerosi compiti di organizzazione e coordinamento delle attività di pesca. Il presidente, all’interno del comitato, assume un ruolo fondamentale di guida per garan- tire un funzionamento competente e sem-

pre aggiornato. Nel corso degli anni, ogni presidente ha dovuto affrontare i problemi specifici di quel periodo storico, che ha per- messo di mantenere e consolidare le basi
della società, nell’interesse di tutti i soci e
a difesa del patrimonio ittico. In cento anni,
22 tredici presidenti hanno dato continuità alla società. Vediamoli assieme.


Luigi Poncioni Cavigliano 1921-1938


Francesco Sabbioni Verscio
1939-1942


Pietro Cavalli Intragna 1943-1944


Martino Ceresa Tegna 1945-1952


Francesco Zanda Verscio 1952-1960


Sergio Giovannari Intragna 1961-1962


Carlo Bircher Cavigliano 1962


Andrea Rossi Losone 1963-1966


Silvano Bionda Losone 1966-1980

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Romano Candolfi Minusio 1981-1987


Jean Claude Rosenberger Losone
1988-2000


Efrem Lonni Porto Ronco 2001-2008


Fabio Colombo Losone
In carica dal 2009

Il fiume Melezza sotto Intragna

Il Fiume Melezza

Il bacino idrografico della Melezza compren- de due sottobacini principali: quello dell’I- sorno-Ribo (147 km2) e quello della Melezza (172 km2). Nel primo sottobacino trovano posto le Valli Onsernone e Vergeletto, nel se- condo la Valle Vigezzo e le Centovalli.

Il fiume Melezza (Melezzo sul territorio ita- liano) nasce in Italia tra la Pioda di Crana e il Pizzo Ruggia, nelle paludi vicino all’ora- torio San Pantaleone che si trova a sua volta nei pressi del lago Panelatte. Dopo aver per- corso la Valle di Arvogno, attraversa buona parte della Valle Vigezzo, piega verso est ed entra in territorio ticinese a Camedo. Per- corre in seguito le Centovalli, dove riceve le acque di molti riali. Nei pressi d’Intragna accoglie l’affluente Isorno per poi confluire nel fiume Maggia a Losone che a sua volta sfocia nel Lago Maggiore. Ha una lunghezza di 40 km.

Fino nell’Ottocento il fiume era utilizzato per il trasporto del legname, la fluitazione. Il trasporto solitamente avveniva in prima-

vera quando il disgelo aumentava la portata
dei fiumi. Con il sistema delle chiuse (le ser
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re) venivano convogliati nei fiumi decine di migliaia di tronchi che procuravano sovente ingenti danni a proprietà pubbliche e priva-
te. Ad esempio, nel 1762 confluirono dalla 24 Melezza nella Maggia 38’000 capi prove- nienti dalla Valle Vigezzo e Onsernone.

Terminato il commercio di legname via ac- qua, il fiume mantenne il suo carattere a volte tumultuoso a volte tranquillo fino alla costruzione della diga di Palagnedra.

La Melezza è popolata solo dalla trota. Al giorno d’oggi si possono trovare ancora dei cavedani e delle trote lacustri fin nella zona di Golino. Un tempo c’erano dei pesci che risalivano dal lago fino al ponte di Golino e alcuni anche fino al ponte Romano. Sono: il barbo canino, il barbo dorato, il vairone, la bottatrice, lo scazzone, la sanguinerola e l’anguilla. A causa della diminuzione e ri- scaldamento dell’acqua non sussistono più le condizioni per i pesci di risalire dal lago per l’accoppiamento.

Affluenti di destra

Affluenti di sinistra

Rì dei confini (Monadello)

Rì della Ribellasca

Val di Front, tratto Val di Moneto

Rì di Borgnone

Valle di Capolo o di Moneto

Rì di Mulitt (Borgnone)

Rì di Palagnedra

Rì del Marcou o di Lionza

Rì della Serra

Rì di Verdasio

Val di Bordei

Rì della Segna

Rì del Roncale

Rì da Dròi o dalla Valascia

Rì di Vacarisc o da Cadalom

Val del Busen

Val di Remo

Rì di Mulitt o della Pila

Val del Corte o Rì dal Tir

Rì d’Auri

Val Comora o Rì di Golino

Rì della Posta

Brima

Rì della Fabbrica

Rì da Ruinò

Rì da Riei

Il ponte Romano

La Melezza con il ponte sospeso sotto Corcapolo costruito nel 1871 e riattato nel 1978

Sono 27 i ruscelli laterali che s’immettono nella Melezza, 13 lungo il versante destro e 14 lungo quello sinistro.

Riportiamo uno schema con il nome dei riali che sono costantemente ripopolati con trote fario.

Il ponte romano tra Corcapolo e Intragna è for- se il più bello ed elegante del Ticino. Realizza- to nel 1578, è l’unico ponte antico rimasto sulla Melezza. «Un esiguo arco in muratura e di fattura romanica che scavalca altero e per nulla intimorito, quasi a guisa di saetta l’altissimo burrone sottostan- te» così lo descrive Giuseppe Mondada.

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Nel 1952 fu completata la costruzione della diga di Palagnedra che ebbe un importante impatto socio-economico nella regione. La diga raccoglie le acque delle Centovalli, della Vallemaggia e dell’Onsernone con la presa sotto Mosogno e il deflusso dalla centrale di Peccia. È situata a 490 msm, ha un’altezza di

72 m, il suo coronamento è di 120 m. La sua capacità a invaso pieno è di 4,3 Mio di m3. Già nei primi anni vi sono stati dei problemi di sedimentazione nel bacino per cui nel 1974 furono costruiti uno sbarramento intermedio e una galleria di 1,7 km che permetteva di de- viare le piene fino a un massimo di 240 m3/s.

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La Melezza e il ponte dei Sirti che collegava Palagnedra prima della costruzione della diga

Lago artificiale di Palagnedra

Spurgo maggio 2013

Dopo la costruzione della diga, il fiume Me- lezza divenne più accessibile. La società e i pescatori si trovarono però confrontati con la nuova realtà degli spurghi, a scadenze rego- lari, del lago.

I primi spurghi furono devastanti per il fiu- me. Negli ultimi anni, con la costruzione di un canale che porta acque chiare a valle del- la diga, si sono attenuati gli inevitabili effetti nocivi sulla Melezza.

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Alluvione agosto 1978

La devastante alluvione del 1978 con un’on- data superiore ai 3000 m3/s ha bloccato un impressionante quantitativo di legname nel bacino a causa della presenza del ponte

sullo sfioratore. Successivamente, il ponte è stato spostato più a valle per lasciare sfogo alle grosse piene.

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Lavori d’arginatura nel novembre 1978

Verscio anni ’50 Sot i Campagn ritrovo estivo dei versciesi, un pozzo alto 5 metri spazzato via dall’alluvione del 1978

Nel successivo decennio da Golino fino a Losone sono state messe in atto delle impor- tanti misure d’arginature del fiume Melezza per evitare la continua erosione delle spon- de iniziata nel 1978 e continuata con una se- conda grande alluvione nel settembre 1983.

Dopo le alluvioni e le arginature, dalla con- fluenza con l’Isorno verso valle il fiume cambiò radicalmente. Scomparvero le bel- lissime pozze, rifugio dei pesci ma anche

meta ambita dai bagnanti indigeni alla ri- cerca di frescura nelle calde giornate estive.

Non solo le piene, ma anche le siccità, met- tono a dura prova la capacità di soprav- vivenza del nostro fiume. Già nel 1870 si riferisce di una grave siccità nella nostra re- gione, seguita da altre altrettanto gravi nel 1976, nel 2003 e nel 2011. Nel 2018 c’è stato il periodo aprile-luglio più povero di preci- pitazioni da quasi cento anni.

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La confluenza della Melezza con l’Isorno

La Melezza d’estate sotto Corcapolo

Le trote non possono vivere a una tempe- ratura dell’acqua superiore ai 25 gradi. La trota lacustre, ad esempio, se trova acque così calde non risale più il fiume per an- dare a riprodursi. Col tempo, il caldo e la siccità possono portare dei mutamenti alla composizione dei popolamenti ittici e agli ecosistemi condizionando, di conseguenza, la gestione della pesca e il ripopolamento delle acque.

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La Melezza in piena

Il Fiume Isorno

L’Isorno nasce, come la Melezza, in Italia presso la Pioda di Crana. Una delle due sor- genti è il lago Panelatte e l’altra è situata sotto il Pizzo Campolatte. Dopo aver attraversato la frazione dei Bagni di Craveggia entra in Valle Onsernone nel territorio di Spruga. Sul suolo italiano ha una lunghezza di circa 10 km, mentre nell’Onsernone percorre circa 21 km prima di confluire nel fiume Melezza a Cavigliano.

A sud dei terrazzi alluvionali delle Terre di Pedemonte le acque dell’Isorno e della Me- lezza si dirigono lentamente verso est per congiungersi poco oltre le Gole di Ponte Brol- la con il fiume Maggia.

Come scrive Carmela Bernasconi-Semini in “Siamo nati per la vita”, storia romanzata di
suo padre, medico condotto in Valle Onserno
-
ne dal 1905 al 1925 «Ha un lungo austero percor-
so, l’Isorno. Generalmente incassato tra i fianchi
della montagna, a tratti si stende, si rilassa, quasi
32 volesse giocare e spumeggiare attorno a gigante-

schi macigni levigati d’uno splendente granito! Poi subito si arresta dentro profonde buche d’un verde cupo, quasi tacito e pensoso; pochi attimi, poi via di corsa sprizzante, trasparente, vigoroso. Mai però irritato quel caro fiume; sempre laborio- so e dignitoso come la gente della sua valle.»

È un fiume schivo che i più possono soltanto sentire, ma non vedere.

Il fiume Isorno

Il Pont Scür

Il Ribo a Vergeletto

Tra Crana e Russo l’Isorno riceve il torren- te Ribo che scende dalla Valle di Vergeletto e che ha delle gole strettissime sotto il “Pont

Scur”. Il ponte edificato nel 1862, con le sue cinque arcate venne definito architettonica- mente «Il capolavoro dei ponti ticinesi».

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Poco prima d’Intragna questo selvaggio fiu- me ha dovuto crearsi un altro angusto pas- saggio, l’orrido della Güra.

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I tre ponti che attraversano le gole dell’Isorno tra Cavigliano e Intragna

Nell’Isorno confluiscono 10 ruscelli lungo il versante destro e 11 lungo quello sinistro; inoltre, lungo la sponda sinistra dell’Isorno s’immette il Ribo che, a sua volta, ha 2 af-

fluenti sulla destra e 9 sulla sinistra. Le due tabelle seguenti mostrano i riali dell’Isorno e del Ribo che sono regolarmente seminati con le trote fario.

Affluenti di destra (Isorno)

Affluenti di sinistra (Isorno)

Val del Corno (B. di Craveggia)

Valle della Camana

Val di Mèrsc

Rì del Mulino

Valle del Guald (Val di Dros)

Val Lavadina (Rì d’in Erlongh)

Valle dei Calcinea e dei Pizzi

Valle di Curbèla

Val di Bura

Val di Vocaglia (Comologno)

Val Masca

Cavüria

Rì della Segna

Barione

Val della Valascia

Bordione

Rì dai Bioi

Rì del Vò (Garina)

Ovig

Rì d’Auressio


Rì di Farì


Rì di Cratolo

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Affluenti di destra (Ribo)

Affluenti di sinistra (Ribo)

Rì d’Arena

Rì Boscaccio

Val Grande

Rì della Quarantèria


Rì di Ribia (Gèria)


Rì della Valascia


Rì della Camana


Rì di Vergeletto o Remiasco


Rì della Crosa


Rì di Quiello


Rì del Chignell

Il ponte sul Ribo a Vergeletto

Il nuovo ponte sull’Isorno sulla Via delle Vose, in località Niva sotto Loco, costruito nel 2016

L’Isorno è un fiume che non ha una diga ma solamente una presa sotto il villaggio di Mosogno che porta acqua a Palagnedra.

La storia di questo energico fiume e dei suoi affluenti passa anche attraverso la storia dei suoi innumerevoli ponti. L’alluvione dell’a- gosto del 1978 ha spazzato via ben dodici ponti romanici in pietra, ponti noti agli abi-

tanti come “Buleta”, “Brusò”, “Cà Rossa”, “Böcc”, “Piva”, “Pizz”, “Urarz”, di Niva e il piú antico della valle quello della Neveira a Mosogno, distruggendo pure gli antichi sentieri e le mulattiere che si intrecciavano sui due lati della valle.

Il ponte romano sul Ribo, sotto Vergeletto, è l’u- nico che è sopravvissuto alla furia delle acque.

36

L’alluvione ha causato molti altri danni, tra cui citiamo lo straripamento del torrente Ribo che ha sconvolto il fondovalle su una lunghezza di sette chilometri.

Nel 2007 una ditta italiana ha ripreso un progetto del 1997 di derivazione delle acque dell’Isorno dal suo naturale bacino imbrife- ro verso quello del fiume Melezza attraver- so una galleria di oltre sei chilometri di lun- ghezza.

37 La presa di captazione avrebbe privato il fiu- me Isorno dell’80% della portata media delle sue acque sul nostro territorio, provocando danni incalcolabili e irreversibili per l’ecosi-

stema della valle.

Inoltre, la captazione era prevista a pochi me- tri dalla sorgente termale dei Bagni di Cra- veggia conosciuta sin dal medioevo per le sue proprietà curative.

1978, alluvione nel torrente Ribo

Anche la SPOM prende posizione e così scri- ve all’Ufficio federale dell’ambiente a Berna nell’agosto 2007: «a nostro giudizio è assoluta- mente inammissibile che uno dei fiumi più parti- colari e incontaminati della nostra giurisdizione, come l’Isorno, venga sacrificato a scopo di lucro e a discapito della natura.»

Per nostra fortuna, ma soprattutto per l’im-
pegno profuso da molte persone, nel gennaio
2011 il Ministero dell’Ambiente italiano boc
-
cia il progetto di realizzazione dell’impianto
elettrico.
38

L’acqua salino-termale dei bagni di Craveg- gia che sgorga a 28 °C è conosciuta per i suoi effetti curativi. Si trova sul territorio italiano ed è raggiungibile a piedi da Spruga in circa una mezz’ora.

Nel 1812 venne costruito un albergo che bru- ciò nel 1881. Ricostruito fu però distrutto da una valanga nel 1951. Dell’albergo originale è rimasta solo la vasca in granito. I bagni storici sono stati restaurati e riaperti nel 2015.

Cartolina distribuita presso il Palazign a Comologno per sensibilizzare sui rischi derivanti dal prosciugamento del fiume Isorno

Bagni di Craveggia (anticamente Acquacalda, Bagn in dialetto ossolano) è una località di Cra- veggia nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola.

Si trova in Valle Onsernone a 986 m s.l.m., al confine col comune svizzero di Onsernone (frazione Comologno) ed è attraversata dal torrente Isorno. Deve il proprio nome a una fonte d’acqua termale a 28 °C.

Il pozzo d’Arcegno

Ha una lunga storia, il pozzo d’Arcegno, pri- ma di divenire un allevamento di pesci.

«Le origini del Pozzo di Arcegno - ci racconta

l’avvocato Enrico Broggini - risalgono all’ul- 39 timo quarto del XIX secolo e sono dovute a mio bisnonno Alessandro Broggini (1833 – 1910), già emigrante a Roma che, tornato nel Paese di origine a causa di problemi di salute, si lanciò tra l’altro nella fondazione di un notevole complesso indu- striale che comprendeva dapprima una fabbrica di spazzole, poi una segheria e una fabbrica di mobili e di bocce, prima industria nel Locarnese funzio- nante con l’elettricità prodotta in proprio sfrut- tando la differenza di quota di ca. 100 m del Riale Brima (allora detto Valle) tra il Pozzo di Arcegno e

lo stabilimento industriale in località Molini.
Nel suo bel volume “Il Patriziato di Losone dall’indipendenza amministrativa all’inizio del XX secolo” (Poncioni 1995) l’avv. Elvezio Loren- zetti ricorda come alla fine 1873, ossia un anno appena dopo la separazione tra Comune e Patri- ziato, Alessandro Broggini chiese al Patriziato di poter fare capo alle acque del torrente Brima.
Si trattò di un’opera importante, perché essa com
- portò la formazione del Pozzo di Arcegno che rac-

coglieva non tanto le acque del torrente (spesso in secca) quanto le molte scaturigini affioranti in quel luogo, la posa della tubazione forzata sino a quella che è stata la Segheria nonché la messa in opera della centralina elettrica che alimentava sia la segheria, sia la fabbrica mobili.

Al decesso di mio bisnonno Alessandro le attività vennero riprese dai figli Peppino, Fabrizio, Pom- pilio e Giannetto (mio nonno). All’inizio degi anni ‘40 l’attività venne poi suddivisa nella Fabbrica Mobili diretta da Gabriele Broggini e nella Seghe- ria diretta da mio padre Arturo.

Ho qualche vago ricordo da bambino: ogni tanto con la Nonna salivo verso Arcegno seguendo in parte le tubazioni e con sosta obbligata alla Ma- donna della Valle, per andare a raccogliere casta- gne. Altre volte salivo nella valle per accompa- gnare Papà perché vi erano rotture nella condotta: vedo grandi tubi arrugginiti, vedo altissimi getti di acqua sotto pressione verso il cielo; ricordo le faticacce di Papà, dei suoi bravissimi collaboratori e anche di mio fratello maggiore Alessandro per scendere e risalire l’impervia valle e le sue ripide scarpate con grandi e pesanti carichi (bombole per le saldature, attrezzi, lunghi tubi di sostituzione).

Il pozzo d’Arcegno

1968, primo contatto di affitto del pozzo

Poco dopo che l’attività della segheria fu interrotta e convertitasi nel frattempo a Broggini & Ci SA e all’energia elettrica della rete della Società Elettri- ca Sopracenerina, nel 1967 il Presidente di allora della vostra società, della quale in quei tempi face- vo parte anche io quale modesto pescatore di lago e di fiume, ossia l’amico Silvano Bionda mi chiese di interessarmi presso mio padre e presso mio zio Ga-

briele Broggini (titolare della Broggini & Ci SA), allora comproprietari del Pozzo di Arcegno, per sapere se fossero disposti a metter a disposizione il Pozzo per permettere l’allevamento di avannotti di trota. Non furono necessarie molte discussioni: l’accordo fu subito trovato e il primo contratto, da me preparato quando ancora ero giovane studente universitario, fu sottoscritto il 18 febbraio 1968.»

40

«Da ormai oltre 50 anni la vostra società si oc- cupa di curare a mantenere la stazione di alleva- mento degli avannotti di trota, con notevolissimi successi grazie alla passione e alla dedizione dei vostri specialisti in una materia viva invero molto delicata e sensibile nella quale avete sempre conse- guito risultati eccezionali.

A partire da Silvano Bionda ho conosciuto tutti i vostri Presidenti e le molte persone che si sono occupate della stazione di allevamento. Con tutti loro ho potuto persino bere diversi bicchieri – so-

41 prattutto di ottimo bianco - lassù al Pozzo. E mi preme confermare che nell’ultimo mezzo secolo non solo non ho mai avuto alcun problema o al- cuna discussione particolare con i vostri rappre- sentanti, ma anzi, che ogni incontro si è sempre e subito trasformato in una piccola festa perché più che volentieri riconosco alla vostra società e so- prattutto agli appassionati addetti all’allevamento il merito di aver saputo reinventare un prezioso e ecologico uso per una reliquia di un mondo indu- striale scomparso ormai da molto tempo!

Lunga vita alla Vostra benemerita società e tanti auguri di buon compleanno!»

Già nel 1966, l’allora presidente Silvano Bion- da mise nello stagno, all’insaputa di tutti, circa 50’000 avannotti destinati alle semine, ricavando 7’000 estivali. L’operazione di svuo- tamento del pozzo per recuperare i pesciolini fu molto ardua; si è dovuto ricorrere ai som- mozzatori per cercare invano di liberare lo scarico dell’acqua. Gli estivali furono perciò prelevati con l’ausilio dello storditore elettrico. Nell’autunno dello stesso anno un piccolo gruppo di volontari iniziò i lavori di sistema- zione provvisoria del pozzo. Nel 1968 fu sti- pulato il primo contratto di locazione, vennero ristrutturati i muri dello stagno e fu costruito un piccolo locale per gli attrezzi. Fu pure mi- gliorata la captazione dell’acqua all’entrata del pozzo. Le acque sorgive che riforniscono il pozzo hanno una temperatura costante di circa 12 gradi che è ideale per le necessità di allevamento. Gli avannotti immessi, da sem- pre, sono esclusivamente di trota fario.

Nei primi anni, nonostante l’impegno profu- so, l’allevamento non diede dei risultati sod- disfacenti in termini di produzione, mentre la qualità degli estivali era ottima.

1968, scritta posta al termine dei lavori della prima sistemazione del pozzo e della captazione dell’acqua

Avannotti in crescita nel pozzo

Il locale multiuso nel 2020

Le due vasche con le nuove griglie

È nel periodo 1979-1982 che vennero svol- ti i più importanti lavori di miglioramento della struttura piscicola. Il pozzo fu am- pliato con la costruzione di due vasche, inizialmente pensate circolari, poi modi- ficate, per una miglior accoglienza degli avannotti nella prima fase di allevamento; furono eretti dei muri e dei pilastri di sup- porto per le griglie; fu sistemato lo scarico mettendo una protezione; si procedette con la posa di una recinzione e al rifacimento del locale multiuso. Il tetto della piccola co- struzione in legno fu poi sostituito nel 2009. A poco a poco, con l’acquisizione di maggior esperienza nella conduzione del vivaio e con la sistemazione graduale della zona, l’alle-

vamento di estivali migliorò sensibilmente. Da parecchio tempo, la produzione annua si aggira stabilmente attorno ai 40’000 estivali che copre il fabbisogno di ripopolamento del nostro comprensorio.

Gli avannotti provenivano inizialmente da Golino e subito dopo la chiusura dello stabi- limento, da Maggia. In seguito sarà la società Leventinese a fornirci degli ottimi avannotti d’allevare.

L’allevamento manterrà poi, salvo interven- 42 ti regolari di manutenzione, sia al pozzo sia
nella Brima, le caratteristiche naturali che lo rendono unico nel suo genere.

2019, allevamento sperimentale di uova al pozzo d’Arcegno

Gli allevatori:
Aurelio, Marco, Claudio, Marzio, Lauro

Il primo allevatore al pozzo fu Ampelio Fornera con l’assistenza del presidente Bionda. Poi, per ben 45 anni Marzio Pini è stato il nostro esperto allevatore, aiutato in questo compito da Clau- dio Garlet e Lauro Mainardi. Nel 2017 Marco Rusconi subentra a Marzio e l’anno successivo Aurelio Zanoli fungerà da aiuto allevatore.

È un ruolo che richiede competenza, pazienza, costanza. Occorre quotidianamente dare da mangiare ai pesci, accertarne lo stato di salute e lo sviluppo, disinfettare lo stagno, controlla- re l’approvvigionamento d’acqua, mantenere i contatti con i guardiapesca e l’Ufficio caccia e pesca, ecc. Bisogna essere attenti ai periodi di siccità e, soprattutto, alla violenza delle buzze.

L’irruenza della Brima è distruttiva durante i forti temporali, sovente cambia l’alveo del ri- ale e minaccia la presa dell’acqua e l’integrità del pozzo. Una sola volta, nel 1978, per nostra fortuna, il pozzo è stato devastato dall’irruenza delle acque. Lo stagno non è custodito ma ha subito pochi altri danni. Il più ingente è stato nel 1982 con il furto di quasi tutte le brentine e i motorini ossigenatori che venivano utilizzati per le semine.

Nell’anno 2000 si effettuò un primo esperimen- to d’incubazione. Si misero una ventina di trote nel pozzo che fecero una riproduzione naturale.

Nel 2017 e negli anni seguenti abbiamo ripreso l’esperimento di allevamento ma con uova pro- venienti da Sonogno che sono state messe in apposite bacinelle poste all’entrata del bacino e alimentate con apporto di acqua della sorgente. Nel giro di un mese si è ottenuta la schiusa di vispi avannotti.

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Salmo trutta fario

Famiglia: salmonidi

Presente nei corsi d’acqua della fascia alpina e prealpina e nei laghi e bacini di montagna.

Specie autoctona

Corpo fusiforme, slanciato e leggermente compresso lateralmente. Bocca ampia e munita di piccoli denti.

La colorazione della livrea è estremamente variabile in funzione dell’habitat.

Caratteristica è la presenza di macchie rotonde rosse e nere, talvolta cerchiate di bianco.

Pinne dorsale e caudale prive di macchie scure.

La misura minima di cattura nei fiumi e nei riali è di 24 cm; la trota è protetta da inizio ottobre a metà marzo.

La trota fario
incontrastata regina delle nostre valli

Le semine

L’operazione di ripopolamento dei fiumi e
dei riali è un’operazione delicata che va con
-
dotta con l’ausilio di conoscenze e in condi-
zioni le più naturali possibili per salvaguar-
dare il nostro patrimonio ittico. Da anni la
nostra società ha la fortuna di poter contare
44 su numerosi volontari e conoscitori delle val-

li e questo permette una buona pratica di ri- popolamento.

Le semine di trote nei corsi d’acqua del nostro comprensorio si svolgono in tre modi: la se- mina di uova, quella di avannotti e di estivali.

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Scatola Vibert pronta per la semina

Schiusa in ambiente naturale dopo la semina delle uova

Spremitura di uova a Sonogno

La semina di uova fario avviene generalmente nel corso del mese di gennaio con il sistema delle scatole Vibert. Già nel 1986 e nel 1987 la nostra società aveva sperimentato con suc- cesso le semine con questo metodo. Si tratta di una scatoletta, ora biodegradabile, che ha dei fori che permette la circolazione dell’acqua per irrigare bene le uova. I fori, inoltre, han- no delle dimensioni che non lasciano uscire le uova, mentre gli avannotti saranno in grado di farlo. Possono contenere circa un migliaio di uova. I posti d’immersione delle scatole devono presentare le stesse caratteristiche dei luoghi di riproduzione naturale.

Da un po’ di tempo stiamo sperimentando con buoni risultati un sistema per le semine delle uova creando un letto artificiale di frega simile a quello naturale (velocità e profondi- tà dell’acqua, granulometria dei sassi) per poi immettere con un tubo le uova nel letto prepa- rato con cura. Con gli stessi metodi svolgiamo anche le semine di uova di trota lacustre tra il ponte di Golino e Tegna.

La semina di avannotti fario avviene quasi sem- pre nel mese di marzo. I pesciolini sono messi in sacchetti di plastica con ossigeno e traspor- tati nei luoghi di semina, nei fiumi e nei riali.

Pre-estivali nel pozzo d’Arcegno

Estivali pronti per le semine

Conta degli estivali

L’operazione più impegnativa è la semina degli estivali allevati ad Arcegno. Avviene nel periodo luglio-ottobre e richiede il coin- volgimento di molti volontari.

In passato le trotelle erano trasportate in
apposite brentine con acqua e ossigeno e, a
piedi, si raggiungeva il luogo di semina. Ora,
con l’ausilio del trasporto in elicottero dei vo
-
lontari, soprattutto nei numerosi riali delle
Centovalli e dell’Isorno, viene limitata la fa
-
tica di chi semina e si riduce lo stress che i
pesci devono inevitabilmente subire a causa
46 degli spostamenti.

Le semine sono precedute dalla conta dei pe- sci in collaborazione con i guardiapesca.

I guardiapesca Ettore Monotti, Francesco (Ceco) Cavalli, Venanzio Terribilini, Carlo Branca, Maurilio Garbani e, dal 2020 Jordi Terzi, si sono succeduti nel territorio, coa- diuvati in passato da guardiapesca volontari, guardie di confine e fino agli anni Cinquanta dai gendarmi stazionati in valle.

Palagnedra 2019, preparazione dei sacchi in attesa dell’elicottero

Valle della Serra, semine con elicottero

47

2020, semine in Valle Onsernone

Laghetto di Salei

Salei e Cavegna sono gli unici due laghetti di montagna del nostro comprensorio dove saltuariamente vengono ancora immesse del-

le trotelle. Il più conosciuto è Salei, la «nitida pupilla» di un bel verso di Augusto Ugo Tara- bori, scrittore nato a Spruga.

48

2004, pesca elettrica nella Brima

2006, pesca elettrica in val Camana

A titolo indicativo dal 1981 al 2000 nelle Cento- valli e nella Valle Onsernone sono stati immessi 940’500 estivali, 36’000 avannotti (semina rein- trodotta nel 2000) e 127’400 uova.

Il materiale ittico di semina ci viene fornito dalla società Verzaschese (uova e avannotti per la semina diretta nei fiumi e nei riali), dalla so- cietà Leventinese (avannotti per il pozzo d’Ar-

cegno) e dalla Locarnese (uova di trota lacustre che seminiamo nella tratta tra Golino e Tegna). Tra le operazioni di spostamento di trote adul- te che saltuariamente sono svolte in collabora- zione con i guardiapesca c’è la pesca elettrica. Essa si svolge nella riserva della Brima e ogni tanto è svolta anche in altre zone di riserva sia per reimmettere le trote in altri corsi d’acqua sia per conoscere lo stato di salute dei nostri pesci.

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Fregolo nella Melezza e nell’Isorno

La riproduzione naturale è la più importante per la conservazione e lo sviluppo di popola- zioni ittiche sane, e per la preservazione della biodiversità.

Nel 2017 alcuni membri di comitato e dei volontari hanno partecipato al corso Fiber sull’individuazione e mappatura dei fregola- toi delle trote.

La trota fario, nei fiumi e nei ruscelli della
Svizzera, si riproduce nel periodo compre
-
so tra ottobre e gennaio. La femmina sceglie 50 meticolosamente il luogo di deposizione del-
le uova privilegiando aree con ghiaia fine e
ciottoli, il fregolo. Dopo il corteggiamento
del maschio depone le uova e le seppellisce
nella ghiaia. Ne può produrre da 250 a 2000
a dipendenza del suo peso. Il periodo d’incu
-
bazione varia in funzione della temperatura
(ad una temperatura dell’acqua a 11 gradi la
schiusa avviene in 35/45 giorni). Appena nati
gli avannotti si nutrono con le riserve che
hanno nel sacco vitellino per poi fare ricorso
alle fonti alimentari dell’ambiente.

2020, preparazione semine degli avannotti ai tempi del Covid-19

Verso la fine del mese di febbraio 2020 è sta- to riscontrato un primo caso positivo di Co- ronavirus in Svizzera, più precisamente in Ticino. Si tratta di un virus che si è originato in Cina, a Wuhan, che in brevissimo tempo si è diffuso in tutto il mondo, divenendo un’emergenza sanitaria.

Nel nostro Cantone, ci sono stati molti de- cessi e sono state messe in atto delle misure per contenere la diffusione dei contagi. Sono state chiuse le scuole, le industrie, i commer- ci, ecc. Sono state emanate una serie di regole

51 d’igiene e di comportamento a tutta la popo- lazione: tenersi a distanza di due metri, la-

varsi accuratamente le mani, evitare la stretta di mano, usare i guanti e le mascherine. Le semine di avannotti nei mesi d’aprile, auto- rizzate dall’Ufficio della caccia e della pesca, si sono svolte tenendo conto di queste norme d’igiene accresciute.

Curiosamente, la nostra società fu fondata nell’anno in cui si concluse definitivamente l’influenza spagnola e festeggia il centenario nel pieno di un’altra pandemia.

Assemblea 2019

L’assemblea

Le prime assemblee della società si svolge- vano presso il ristorante Melezza a Caviglia- no, poi al ristorante Poncioni, e in seguito in più luoghi: salone comunale di Verscio, Ristorante Centovalli a Ponte Brolla, Risto- rante Campanile a Intragna, ristorante Ro- vere, Operai e Contrattempi a Losone, Cen- tro sociale a Russo e Golino. Dal 1996, dopo la costruzione delle scuole comunali, le as- semblee si svolsero quasi sempre nella sala multiuso di Cavigliano.

L’assemblea si svolge solitamente nell’ultimo sabato di gennaio ed è un appuntamento im- portante per i soci che partecipano numerosi. Le discussioni e le delibere possono essere molto animate a seconda dei temi in consul- tazione. Ricordiamo che la nostra società, con la presidenza di Efrem Lonni, nel 2008 accet- tò la proposta di Jean Claude Rosenberger di ridurre il numero massimo di catture di trote e salmerini da dodici a sei. Nello stesso anno la proposta fu poi bocciata a livello cantonale. L’epoca attuale con i problemi dei mutamen- ti climatici, dei deflussi minimi, degli uccelli ittiofagi e della diminuzione del pescato ci

costringe a riconsiderare le nostre abitudini di pescatori. La proposta della SPOM assume quindi il valore di una preziosa indicazione per ciò che si può mettere in atto per la so- pravvivenza della pesca.

52

Nella memoria collettiva sono rimaste impres- se due assemblee, non tanto per i temi che sono stati trattati, ma per gli aspetti formali che sono sorti e che rappresentano un unicum nella storia della società. L’assemblea del 1983, tenutasi al ristorante degli Operai a Losone, fu annullata dal ricorso di un socio, poiché il comitato non aveva inviato la convocazione personale a tutti soci almeno otto giorni prima della stessa. La seconda, svoltasi a Ponte Brol- la al ristorante Centovalli nel 1984, è ricordata poiché si giunse a una votazione in cui ogni singolo membro di comitato non dimissiona- rio e tutti i nuovi candidati sono stati al centro di una votazione personale.

Nel 1992 la società toccò la punta massima di 439 soci. Nel 2020, in linea con la diminu- zione dei soci a livello cantonale, alla società sono iscritti 201 soci.

2019, i nostri cuochi Marco, Silvano, Giacinto e Romano

Cena 2013

All’assemblea segue il momento conviviale e ricreativo. La nostra società è l’unica, e lo diciamo con orgoglio, che dal 1996 offre il pranzo a tutti i partecipanti.

Ciò è reso possibile dai molti volontari che ci aiutano nella preparazione della “sala

pranzo”, della cucina e nella raccolta dei premi della lotteria.
Il tradizionale menu di polenta e spezzati
- no, sempre apprezzato per la sua qualità, è preparato da lungo tempo dal nostro socio Silvano Rusconi e dai suoi collaboratori.

53

Nel 1999 e nel 2014 a fare da cornice all’as- semblea ci sono state due interessanti mo- stre dei pesci e gamberi che popolano i laghi e i fiumi del Ticino. Il nostro socio onorario Marzio Pini, grazie alla sua esperienza e co- noscenza del mondo ittico ha portato lucci, anguille, cavedani, gamberi di fiume, trote, salmerini e altri pesci che hanno suscitato notevole interesse. Ecco alcuni pesci della mostra del 2014.

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Piccoli allevatori crescono

55

La società svolge pure delle attività didat- tiche e educative per favorire il rispetto dell’ambiente e un armonico equilibrio tra l’uomo e l’acqua, elemento fondamentale di vita.

Nel 2014 numerosi allievi delle scuole ele- mentari degli istituti scolastici delle Cento- valli, delle Terre di Pedemonte e della Valle Onsernone hanno partecipato alle semine in vari punti del fiume Melezza. I ragazzi hanno così potuto conoscere la pratica delle semine che la nostra società organizza per ripopolare i fiumi e i riali.

La semina richiede degli accorgimenti im- portanti per fare in modo che le piccole tro- te siano deposte con successo nell’acqua. La trota fario è molto delicata, soffre se viene a mancare l’ossigeno per cui la semina deve essere eseguita celermente e delicatamente.

2014, semina estivali con bambini delle scuole elementari

Palagnedra 2017,
bambini che aiutano nelle semine

Avannotti nati in classe

Sono state inoltre consegnate un centinaio di uova fario alla scuola elementare di Rus- so. I bambini hanno avuto l’opportunità di osservare la schiusa e le varie fasi dell’evo- luzione fino allo stadio di avannotto, mo- mento in cui il pesce assume le sembianze adulte.

Anche in occasione della giornata svizze-
ra della pesca dell’agosto 2017, numerosi
bambini hanno assistito a come si svolgo
-
no le semine. Il rito annuale delle semine
nei nostri fiumi e riali, nella versione che
56 prevede un iniziale spostamento con l’eli-

cottero in alta montagna e il rientro delle persone a piedi, ha suscitato la curiosità di bambini inizialmente spauriti, ma poi ve- latamente emozionati nel vedere i piccoli pesci immessi nei sacchi da montagna e via in alto verso le impervie vallate delle Cen- tovalli e della Valle Onsernone.

Allora come oggi, è la passione per i nostri luoghi a muovere l’interesse e lo sforzo per dare continuità alla pesca. È attraverso lo scambio delle esperienze, anche con i bam- bini, che è possibile conoscere la straordina- ria bellezza implicita nel gesto di pescare. Esso racchiude la conoscenza dell’ambiente che ci circonda e insegna il rispetto per la natura. È un compito dei pescatori saperlo tramandare alle generazioni.

Storie di pesca

I pescatori, sappiamo, esagerano sempre. Tirano le misure dei pesci come un elastico e tutti ci credono. Tutti tranne i pescatori, ci credono. Come dice il proverbio, “Il pesce si prende con l’amo e l’uomo con la parola”. I

57 loro racconti spesso si tramandano di bocca in bocca fino a diventare leggenda. Fa parte del gioco, i pescatori non possono perdere la reputazione. Nel diario di ogni pescatore si accavallano ricordi di ogni genere, dalla battuta di pesca memorabile alla disavven- tura fortunosamente finita bene. Lì il rac- conto diventa più umano, meno iperbolico e più commovente. I racconti di pesca sono testimonianze di vita che ci ricordano indi- rettamente come eravamo e come si viveva nelle nostre valli. Vogliamo quindi evocare alcuni ricordi rappresentativi - di pescatori, di gesti di pesca, di persone, di luoghi, di oggetti - che fanno parte di noi, della nostra storia, attraverso dei testi e delle fotografie. Ognuno potrà aggiungerne altri diventando per un attimo un “pescatore di ricordi”.

In Valle Onsernone, nessuno è mai stato all’altezza del leggendario Martin di pess,

solitario personaggio che abitava al Piegn e Piegn La Torza. Di lui ci piace ricordare quanto scrisse la figlia del medico condotto della Valle Onsernone dal 1910/1925, dottor Semini Bartolomeo.

«Sono pregiate le trote dell’Isorno di Vergeletto. Lo sa l’uomo del pesce conosciuto in quasi tutti i paesi della valle: “ul Martin di pess”. ...Ha i ca- pelli radi e lunghi fino alle spalle, la barba incol- ta; vi guarda noncurante con la bocca atteggiata ad un riso indefinibile, mentre articola qualche parola mozza. Se siete una donna si sofferma a mirarvi un istante e butta fuori il suo ritornello gutturale: “na bela femna” e se ne va. ...Povero Martino: non è un selvaggio come lo si crede- rebbe a prima vista; non fa paura: è soltanto un minorato, una di quelle povere esistenze maltrat- tate fin dalla nascita...Vive solo in una vecchia cascina, ch’era dei suoi genitori, morti anzitem- po; alleva una capra e poche galline e si fa tutto da sé. Non vuole nessuno, perché nessuno deve sapere dove nasconde i soldi che ricava dalla ven- dita delle trote.»

(tratto da: “Siamo nati per la vita” di Carmela Bernasconi-Semini, 1974)

La Camana si mischia col Ribo

Acqua di maggio

«Silvio alzati, è l’ora, scendi. Infilò gli stivali. Non dimenticare i vermi, sono nella scatola con i buchi, quella della “ Magnesia San Pellegrino“. Ho messo anche un po’ di fondo di caffè, un po’ di farina della polenta, per farli puliti e grassi. Era una mattina di maggio, che ancora nelle stalle c’era la luce delle lanterne. Le stelle come testi- moni. L’aria fredda faceva piangere gli occhi, un cane lontano abbaia all’ultimo spicchio di luna, un gallo rispondeva ancora chiuso nel pollaio. Una mano in tasca e l’altra per tenere sulla spal- la la canna lunga. Maggio dalle giornate calde ma dall’alba fredda, anche se presto chiara. Can- na lunga nuova di zecca, tre metri di corda e uno di bava di seta fine. Alla “ Néveria “ guardò se sulla sabbia non c’erano impronte di altri stivali. Non c’erano! Vedrai che al primo pozzo profondo qualcosa attacca. Ma intanto niente, non tocca- no! Scommetto che la prima la prendiamo dove la Camana si mischia col Ribo. Acqua di maggio,

acqua di neve, acqua che si accavalla, che va in amore. Non porta pesci. Gino di ritorno dalla
stalla salutò! Preso niente? No! E il padre si di
-
resse dietro un masso, per un bisogno imminen-
te. Silvio saltando di sasso in sasso oltrepassò la Camana e ricominciò a pescare. Papà chiudi gli
occhi, dai chiudili. E suo padre li chiuse e appena riaperti vide una bella trota che danzava davanti
a lui, appesa al filo. Bravo Silvio! La prese con la
mano, la staccò, poi le diede un colpetto sul sasso,
la mise dentro la cesta. E una, disse, ora vedrai quante ne prendiamo, l’aria era cambiata. L’ac
-
qua sembrava più blu e più calda. Un colpo dopo 58 l’altro, un pozzo dopo l’altro. Ben ventiquattro

ne avevamo prese. Continuammo fino alla Géria e finimmo lì, vuoi perché eravamo stanchi. E per- ché, pure i pesci erano stanchi di abboccare. Av- volte tutte le trote nelle felci fresche, riposte bene nelle ceste, ritornammo verso casa. Il sole ormai già alto nel cielo ci salutava.»

(Mordasini Eli Pescatore-Scrittore 2020)

«All’avvicinarsi dell’assemblea sociale, sfruttando le sue abilità manuali (in questo caso di cestaio), lo vedevo intento a preparare un oggetto da por- tare per la lotteria. Ricordo l’orgoglio quando un anno ha realizzato “la cavagna” per il pescatore. Per diversi anni l’ho accompagnato ad Arcegno nella pulizia della grande vasca. L’accompagna- vo pure quando si trattava della semina. Il “Rì dal Cort” e il “Rì da Rem”, ubicati sulla sponda destra della Melezza, erano una sua esclusiva. Se per il primo riale si era già sul posto dopo 15 minuti di cammino, per il secondo riale il viag-

59 gio era un calvario per i pesciolini. Per diminu- ire al minimo la sofferenza agli stessi, venivano trasportati sul monte Cortascaccia tramite te- leferica, seguiva il ricambio dell’acqua e poi ci incamminavamo per dei buoni 45 minuti (a un paio di ruscelli, ennesimo cambio dell’acqua del- la brentina). Giunti sul posto, quando apriva la mia brentina e costatando che alcuni pesciolini “galleggiavano”, m’incolpava che li avevo “sbat- tuti” durante il trasporto a spalla. Che delusio- ne! Più tardi anche noi eravamo serviti dall’eli- cottero che ci portava le brentine sul monte Remo e cosi gli estivali erano ancora tutti vispi per la nuova avventura.»

(Paolo Madonna, ricordo del papà pescatore “Giovanon”)

«Tutti lo conoscevano come il “Giovanon” per molti anni membro di comitato. Dopo le bur- rascose riunioni, spesso si passava a raccontare barzellette e avventure di pesca. Lui ci deliziava con storie vere, come questa. Era una giornata favorevole alla pesca sotto il bel ponte Romano nei pressi d’Intragna. Le acque stavano calando, momento che il “Giovanon” preferiva. Prepara la

canna lunga, lenza e verme. Al primo lancio sen- te uno strattone da paura. Soddisfatto, pensa già alla grossa preda. Dopo un tira e molla di quasi un’ora affiora una specie di serpente grosso come il suo possente braccio. Preso dalla paura, taglia il filo e l’anguilla ritorna beatamente a nuotare nell’acqua.»

(Marzio Pini, ricordo delle riunioni di comitato)


Emilio Schira sull’Eco di Locarno, 1976

«Il signor Emilio Schira pescatore di vecchia data, è venuto negli scorsi giorni a trovarci in redazione con una trentina di belle trote, pesca- te in valle. Questa “pesca miracolosa”, in tempi dove tutti i pescatori si lamentano per la scar- sità di pesce, non poteva non stupirci. Il signor Schira ci ha però rivelato il suo segreto: andare a pescare nei posti dove il fiume è ancora inconta- minato, è ancora quello di sempre. Naturalmente – ci ha detto il signor Schira – si fa fatica a tro- vare questi posti, bisogna munirsi di una corda, non arrestarsi davanti alla prima difficoltà, ma poi il risultato è quello che documenta la nostra fotografia. Un’altra cosa che il signor Schira vo- leva dimostrare è che più che le semine di uova di pesce – che servono a quel che servono – è ne- cessario avere dei fiumi puliti, se non addirittura intatti, dove i pesci possano crescere tranquilli, trovando il nutrimento che occorre loro. Guar- dando quella trentina di bellissime trote non ci siam sentiti di dargli torto.»

(Da: Eco di Locarno, 8 aprile 1976)

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«Attraversando il ponte dei Cavalli, mi fermo a dare un’occhiata al fiume sperando di scorgere un qualche bel pesce. Stavolta non vedo pesci ma il signor “T” furtivo in mezzo i sassi a ravana- re, cercando di nascondere che stava pescando di frodo. Egli è solito dopo cena di recarsi al grot- to dove lo incontrai. Tra un discorso e l’altro gli chiesi se aveva la patente e lui con molta tran- quillità ma con tono deciso mi disse: “Ti tos, mi da pess a n’ho mai ciapàa cun la patente, a i’ho sempre ciapàa con al fil, l’am e al verman”.» (Marzio Pini, ricordo del signor “T”)

Ponte dei Cavalli, Cavigliano

Una battuta di pesca in bandita

«“Penagia” era detto il giovane, “Canaia” lo zio esperto pescatore, un sabato di agosto negli anni 50/60. Il ritrovo era per le sei alla Canova, la meta, il Ri di Remiasco, la metà di sopra perché meno impervia. Salita al monte Piano e disce- sa non senza difficoltà fino alla lapide (di donna caduta nel 1926 con sulle spalle un carico di fie- no da bosco). Monta della legnola sulla canna lunga, una tre pezzi con “cannino” più lungo. Subito due pesci, poi... un fischio prolungato so- pra la testa. Abbiamo visto legna sparsa con cor-

61 de rotte e fascine intere, cadute nel Ri dal filo a sbalzo che dall’alpe Remiasco filava il legname da ardere del Patriziato fino alla Cazzana e poi giù fino a Gresso. Lo zio sentenzia il ritorno, io non voglio. Cosa mi dice la “Mariana”- soprannome della nonna e madre di sua moglie - se ti succede qualcosa? Rispose lui contrariato e stizzito.

Si ritorna a casa e lo zio per accontentarmi, ma principalmente per servire i suoi clienti, propo- ne un’uscita notturna la sera stessa nella ban- dita Zardign/Vallascia. Il ritrovo la sera dopo le nove. Mio compito, prendere la canna lunga di un solo pezzo appeso sul balcone della sua lob- bia e una scatola di liguste (quelle del mattino). Particolare della canna era una giunta all’api-

ce del cimino che la rendeva un po’ insensibile all’abboccamento del pesce. Serata con migliaia di stelle come a S. Lorenzo, pesci come dopo la famosa moltiplicazione del miracolo di Gesù di Nazareth. Lo zio Canaia pescava, io in simme- tria staccavo il pesce, gli storcevo il collo, risi- stemavo o rimettevo l’esca, riponevo la preda nel sacco, oserei dire senza pause. Siamo sotto il monte Chià, grande pozzo allungato, sembra il vaso di Pandora, le catture s’aggiravano sul- la quarantina, amara confessione allo zio, sono finite i ligust. Grandi imprecazioni, c’è una sola soluzione, pescare a moschetta, ne ha una fila di cinque arrotolata sul capello di paglia. Al primo lancio ne abboccano due ma, che ingar- bugliata, coi nodi tra una e l’altra, i piccoli ami si agganciano tra di loro, non ci sono massi per nascondersi e accendere la lampadina, la festa é FINITA. Il monte Chià è abitato in tutte le sue case con residenti e vacanzieri, positivo invece il limitato transito di auto che con i fari potrebbero illuminarci e scorgerci.

Non ci fu spartizione dei pesci, ricevetti 20.- fran- chi (4 monete da cinque), segno che il peso era superiore ai cinque chili. Il prezzo a quell’epoca era di sette franchi il chilo, trote non sventrate.» (Ricordo di Venanzio Terribilini)

Brentina piccola anni Cinquanta

Antica camolera della Valle Onsernone

«Cito noti pescatori con il loro soprannome, che sono passati alla storia nella piccola comunità di Vergeletto, pescando chi nella “Fim” (Ribo) chi nei laterali Ri della Camana, Ri di Remiasco, Ri di Bernardo, Ri da Quiello, piccoli riali della Val- lascia, Geria, Carvadigh, nelle valli di Arena e Piegn Bechéi: Federico detto “Barbarossa” - Ma- rio “Poldo” - Valenta “Cicigua” - Pierino “Cor- morano” - Fridum “Magnan” - Riccardo “Ca- naia” - Siro “Puièc” - Piero “Scuareta” - Vitöri “Genuviel” - Guido“Tartaia” (al quale una trota di 6.235 kg gli aveva rotto il filo in un determina- to “Poz” ai Zott, peso che poteva essere superiore perché aveva rotto il filo (“bigat”) che era garan- tito allo strappo fino a 6.300 kg). Fino ad allora il record di cattura era del “Magnan” con una al “Pozz dal Lott” di 2.600 kg un giorno di buzza.

sta con attaccata una “montura” ne parlava il Palmiro, indicando un cane lupo come paragone, rinvenuta nel pozzo Negru un mese dopo avergli rotto il “bigatt”.

Pescavano tutti a canna lunga, come esca “pe- tag”, “viermen”, “portasas”, “ligosta”, “gata”, “eu da salmon”, “porta brenta “ moscheta” e “alborela”. Una qualche “legnola”.

Nessuno usciva dai confini comunali salvo nei laghi di Alzasca e di Sfille oltre la cima in Val- lemaggia.

I Nomi dei principali “pozzi” del Rì e Riali 62 servivano a identificare il luogo con nomi di persone, eventi, attività svolte, somiglianze e morfologia.

Pozz dal Lott (dove venivano fatti i lotti del le- gname per i Patrizi); Pozz La Magia; Pozz della Serra (punto stretto dove si bloccava sovente il flusso dell’acqua); Pozz dal Tecc (vi era una cascina per le bestie); Pozz del Careton (dove con il carretto si caricava il legname fluttuato sul fiume); Pozz dal Becc, situato in un buco; Pozz da la Presa (captazione acquedotto); Pozz dal Drag (zona Quiello che ha la forma di un drago); Pozz da la Cascada; Ai do acqui (incro- cio Isorno con Ribo); Pozz La Füdra; Pozz Gris; Pozz Negru; Lancon; Tunnel; Lanca di Vac; Pozz a Angol; Corona Stagna; Rivera Piana; Pozz de la Pila; Pozz del Gaudenzi, Pozz dela Cagheta, Pozz del Gaff (Rì della Camana); Pozz dala Sofia (sotto Mosogno); Pozz dala Marmi- ta, (sopra mulino di Loco); Pozz da Niva, Pozz dai Boll, Pozz dala Buleta, Poz di Bagn da fora, Pozz da Musegn Sot, Pozz dal Tec dal Böc, Pozz dal Buco, Pozz dal Prévat.»

(Cenni storici di Venanzio Terribilini)

In bassa valle c’erano provetti pescatori, come pure il Pedrign a Comologno, forse il più bra- vo. Di grosse catture se ne parlava poco (gelosia dei luoghi). Di una resca intera compreso la te-

Il laghetto formatosi a seguito della frana

Anni cinquanta, pesca a canna lunga sotto il ponte romano sul Ribo a Vergeletto

La frana caduta nell’estate 1984 tra Cresmi- no e Auressio ha formato un laghetto navi- gabile con canotto.
«Questo specchio d’acqua era divenuto una meta per molti pescatori poiché in poco tempo si faceva “il numero” di trote.

Si racconta che una persona della Valle Onser- none abbia informato il guardiapesca che c’era- no dei pescatori, tutti appartenenti alla stessa famiglia, che utilizzavano il canotto per acce- dere meglio al grande pozzo, facendo così man

63 bassa di pesci. Il guardiapesca disse che non poteva andare a controllare ma che avrebbe in- caricato un guardiano volontario di sorvegliare la zona. Nei giorni seguenti l’ausiliario informò il guardiapesca che non aveva notato dei mo- vimenti sospetti. Soddisfatto dell’informazione, il funzionario mise al corrente il vallerano che

replicò dicendo “Ciola, bèla fadiga che u a vedu navot, ti è mandou giù a controlaa quel vulun- tari che u a spusou la sorèla da qui pescadu fo- rilegge”.

La nostra vita si svolgeva quasi tutto l’anno in montagna. Avevamo la casa vicino al ruscello, lo scorrere dell’acqua ci faceva compagnia prima di addormentarci. Quando il riale era in buzza faceva paura ma poi, quando l’acqua si ritirava, prendeva quel colore antico e quel profumo di terra che fa la gioia dei pescatori. Noi, però, non potevamo pescare, la mamma non ci lasciava per timore che succedesse una disgrazia. Atten- devamo pazienti i tempi migliori, quando nel riale l’acqua era poca e il caldo estivo la rendeva meno fredda. Poi, furtivamente, dentro con le mani sotto i sassi a scovare le trote.»

(Aurelio Zanoli, ricordo d’infanzia)

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In: Rivista La Pesca 1983

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Monotti Antonio detto Keo, 1965

Brentina artigianale di Vergeletto degli anni Trenta per il trasporto dei pesci fatto con un contenitore di petrolio con stagnato sopra una scatola di caffè

La canna lunga di bambù

1908, il Marneta (Giovanni Caverzasio) e il Luis di Bailott (Luigi Monaco), due famosi pescatori con canna di bambù di Verscio

«Sono trascorsi 30 anni da quando, un giorno d’estate, Fausto, visti i nostri ripetuti tentativi di allevare trote in piccoli pozzi scavati nel giar- dino di casa, ci invitò per una “pescada” al riale di Bordei. Egli ci mostrò per la prima volta come si pesca con la canna lunga nei torrenti di mon- tagna. Per noi ragazzi non era ancora possibile pescare e quindi dovevamo stare zitti dietro di lui. Molto spesso Fausto, inginocchiato e prote- so in avanti come un gatto, si voltava verso di noi e sussurrava “la ghé”. Per noi l’emozione era grande perché di lì a poco avremmo visto uscire dal pozzo una trota, la nostra immaginazione pa- ragonava la lunghezza della trota alla grandezza dello specchio d’acqua. Prima di tirare egli ten- deva delicatamente la lenza per controllare che la trota fosse ancora all’amo – tum tum – faceva il cimino della canna di bambù e dopo qualche se- condo il pesce era sul bordo del torrente, che emo- zione! Subito saltavamo sui sassi per raggiun- gere ed osservare la cattura da vicino, controllo della misura, qualche carezza, e valutazione del colore e i puntini rossi poi accuratamente la ri- ponevamo tra i “filecc” nella “cavagna”. Fausto era già andato avanti perché i riali sono lunghi e non si deve perdere tempo altrimenti si rischia di rincasare tardi, visto che i riali nascono in alta montagna e i sentieri non sempre passano vicino alla sorgente.

A proposito della tradizionale canna lunga in bambù, la sua costruzione rappresenta un pro-
cesso lungo e piuttosto complicato. Dalle pianta-
gioni di bambù si tagliano 3 elementi che si in-
filano l’uno nell’altro e formano una lunghezza
totale di circa 2,5 - 3 metri. Il cimino va appeso
con un peso per l’essiccazione che dura circa 4
- 5 mesi. Poi con una candela si scaldano i nodi
che si lasciano piegare per rendere il cimino più diritto. L’esperienza ci ha insegnato che uno su
tre funziona veramente bene. Un buon cimino
deve essere morbido e permette di lanciare con
la tecnica a fionda senza rovinare l’esca. Prima
66 della stagione di pesca è consigliato strofinare la

canna con dell’olio di oliva per mantenerla mor- bida e flessibile. Gli incastri della canna devono essere rinforzati con corda fine e fissata con colla a due componenti.»

Sergio Rizzoli, Fausto Milani, Luca Pedrotta,

“Pesca a canna lunga nei riali delle Centovalli”

in: Rivista Treterre, autunno-inverno 2008

La leggenda della Miseria

Non è una storia di pesca ma la “Leggenda della Miseria” si svolge al Pont Scür e nel racconto il fiume Ribo ha un ruolo molto importante. San Remigio, per ringraziare dell’ospitalità la vecchia che abitava sotto il ponte, le concede una ricompensa: chi cer- cherà di rubarle la paglia posta a macerare nel Ribo, rimarrà bloccato con i piedi nell’ac- qua. Anche la Morte che era venuta a chia- mare la vecchia rimarrà bloccata. Sarà libera-

ta dopo 15 anni a patto che l’anziana donna possa scegliere lei quando morire. Da allora, la Miseria gira nel mondo poiché non ha an- cora deciso di morire.

La storia ci ricorda la fame, la povertà, il la- voro e l’altruismo di una valle senza grandi risorse. L’artista Raphael Pache che vive a Comologno rievoca questa bellissima leg- genda attraverso una scultura in granito po- sta a lato del ponte, inaugurata nel 2019.

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Madian durante la spremitura (2015) e le semine (2016)

Comitato e ringraziamenti

Il primo d’agosto 2020, in una tragica cir- costanza, è deceduto il nostro amico e col- lega di comitato Madian Vittori. Dal 2013 Madian era con noi. Ragazzo volenteroso, sempre disponibile, sorridente.

Seppur giovane faceva sentire la sua espe- rienza nell’organizzazione delle attività del- la società: semine, assemblee, manifestazio- ni. Non mancava neppure la sua allegria e la sua intelligenza durante e dopo le riunio- ni quando ci mettevamo a fare quattro maz- zi di scopa oppure ci mettevamo a discutere a ruota libera. Madian era un esempio di come si poteva rispettare la natura e unire le tradizioni rurali, quale la pesca, alla curiosi- tà di esplorare il mondo attuale con tutte le sue complessità.

Il 2020 è stato funestato anche dal decesso del presidente onorario Jean Claude Rosen- berger. La sua caparbietà era nota nell’am- bito della pesca. Per noi era un modello di

competenze, di convinzioni e d’intuizioni per una pesca migliore. Ha saputo traman- darci la sua passione per la pesca e l’osser- vanza del prezioso patrimonio ittico delle nostre valli.

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Le prime sedi del comitato sono state dap- prima il ristorante Melezza e poi il ristorante Poncioni di Cavigliano. Da molti anni il co- mitato si riunisce in due luoghi.

Durante l’estate si ritrova al pozzo d’Arce- gno, nella frescura che ci regala questo posto ameno. Nelle altre stagioni la sede è il Risto- rante Croce Federale a Verscio, che è anche la sede ufficiale.

Ogni anno, in occasione dell’apertura della pesca, Maria e Paolo ci offrono una gustosa trippa preparata da Bocia, Angelo e Pietro. Prima delle festività natalizie, inoltre, assa- poriamo un gustoso fritto misto di lago, sem- pre offerto. Il nostro socio onorario, Marzio Pini, si premura di portare il pesce del lago Maggiore che è poi cucinato con cura. Un sentito grazie a Maria e a Paolo e a tutti quelli che ci permettono di mantenere queste emo- zionanti tradizioni.

Jean Claude durante la cena SPOM del 2013

Il comitato del centenario (da sinistra a destra):
Madian Vittori
+, Ewan Freddi, Fabio Leoni, Dominic Weber, Bruno Candolfi, Adriano Garbani, Aurelio Zanoli, Fabio Colombo (presidente), Marco Rusconi


Fausto, Marzio, Adriano, Angelo

Claudio, Marco, Pepo, Lauro

2019, pranzo a base di trippa per l’apertura della pesca

Nel comitato si sono date il cambio nume- rose persone. Alcune di esse ne hanno fatto parte per molti anni, altre meno, altre sono ancora dei rappresentanti attivi. Ringra- ziamo tutti, membri e presidenti che han- no svolto con impegno il loro ruolo dando così continuità e vigore alla società.

Fino agli anni Sessanta, non abbiamo suf- ficiente documentazione per ricordare le persone che sono state per lungo tempo in comitato.

Dagli anni Sessanta in avanti, un posto di rilievo va assegnato a Marzio Pini e Marco Rusconi.

Marzio, per ben 45 anni, oltre ad essersi oc- cupato dell’allevamento di Arcegno è stato presente in seno al comitato con spirito col- laborativo e costruttivo.

Marco, ancora in comitato dopo una mi- litanza di 36 anni, da poco ha preso il te- stimone d’allevatore. Il suo impegno è un bell’esempio di costanza, volontà e sacrifi- cio a favore della pesca.

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Dal 1960 tra i più longevi in seno al comitato ricordiamo:

45 anni 36 anni

26 anni 26 anni 21 anni 19 anni 17 anni 16 anni 14 anni

Marzio Pini 1967-2012

Marco Rusconi 1984 ancora in comitato

Angelo Castellani 1984-2010 Claudio Garlet 1986-2012
Pepo Poncini 1979-2000
Jean Claude Rosenberger 1981-2000 Lauro Mainardi 1997-2014

Fausto Brizzi 1960-1976

Adriano Garbani 2007 ancora in comitato

Desideriamo pure ringraziare i soci, i volon- tari e i simpatizzanti che ci sostengono du- rante le nostre manifestazioni. Sono la colon- na portante durante le semine, le assemblee, le cene e altri eventi.

Siamo grati anche agli enti (Ufficio caccia e pesca, FTAP), ai guardiapesca e alle società di pesca per la fattiva collaborazione. In par- ticolare, ci preme ringraziare la Leventinese, la Verzaschese e la Locarnese che ci fornisco- no uova e avannotti per il ripopolamento dei

71 nostri fiumi e riali.

Siamo riconoscenti all’avv. Enrico Broggini e famiglia per averci affidato il pozzo d’Arce- gno che ci permette di allevare gli estivali di trota fario per le semine.

Un grazie a tutti coloro che ci hanno dato una mano a ripercorrere la storia della società at-

traverso ricordi, documentazione, testi e fo- tografie.

Ricordare tutti è impossibile, esprimiamo quindi un caloroso ringraziamento a tutti i soci che in questi cento anni hanno contribu- ito a mantenere alta l’immagine della nostra società.

Ci congediamo con un pensiero rivolto al fu- turo che ci ha lasciato Jean Claude Rosenber- ger il 22 gennaio 2020:
«Il riscaldamento climatico che troppo sovente abbiamo rifiutato di considerare come il problema più grave per la pesca nel mondo, deve essere af- frontato con coraggio e serietà. La linea rossa è stata superata e delle misure radicali, concernenti i nostri fiumi e laghi, devono essere prese per sal- vare il nostro mondo piscicolo.

Nulla sarà possibile senza la grande fami- glia dei pescatori!»

2006, gita del comitato e dei collaboratori a Bellagio (sul Lago di Como)

Pozz dal pont, Rì Lavadina

Fiume Melezza

La nostra bellezza

Pescare è bello. Si provano moltissime emo-
zioni, anche se, terminata la giornata di pesca,
non abbiamo nulla nel cestino. È bello sentire
la melodia del torrente, lo scrosciare della ca
-
scata, osservare lo scorrere del fiume verso val-
le, scoprire nuovi torrenti, vedere il riflesso del 72 sole sulla superficie dell’acqua. Ci rendiamo

conto dell’incanto delle nostre valli. Ci appaga e ci fa dimenticare i rischi corsi, la paura dei tuoni e dei temporali, la nebbia che ci fa smar- rire il sentiero. Il pescatore si muove sempre tra coraggio e solitudine, impara a stare solo, a passare tante ore a pescare e poco a parlare. E quante cose vede il pescatore, è attento ai mille giochi dell’acqua, ai giochi di luce, ai sassi che tramandano il millenario lavoro della natura.

Vogliamo salutare tutti i pescatori con delle foto dei nostri corsi d’acqua, sicuri che continueran- no a svolgere con pazienza e responsabilità il compito di protezione della nostra bellezza.

Val di Remo Fiume Melezza

Rì dàla Pila

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Rì da Cràtol

Rì da Cadalom

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Ponte Romano, Intragna

Isorno e Melezza in buzza

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Rì di Loco

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Rì dàla Val Comora

Val di Remo

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Rì di Vergeletto

Rì della Camana, pozz del Gaff

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L’Isorno

Il Ribo

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Fiume Melezza

Rì del Pizzo Leone

Fiume Melezza

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Chiare e fresche dolci acque Il bosco che fa da contorno ai nostri fiumi

Bordione

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